Firenze, 16 ottobre 2026 – Come ascoltare davvero se stessi in un contesto in cui pensieri, emozioni e parole sono influenzati continuamente da ciò che accade intorno? È la domanda da cui è partita la riflessione di Irene Lo Faro, filosofa del linguaggio e divulgatrice sui social, intervenuta al Festival di Luce! in corso a Palazzo Vecchio. La sesta edizione della manifestazione è dedicata al tema Accendere il coraggio e affronta il rapporto tra comunicazione, relazioni e responsabilità.
Hate speech e fear speech
Nel suo intervento, Lo Faro ha analizzato il ruolo del linguaggio nella costruzione della realtà e delle convinzioni personali. Tra i temi affrontati anche l’hate speech, definito in termini generali come una forma di comunicazione pubblica che incita all’odio verso una persona o un gruppo sulla base dell’appartenenza sociale, religiosa o etnica, dell’orientamento sessuale o di una disabilità.
Accanto al linguaggio d’odio esiste però il fear speech, il linguaggio della paura. Se il primo spinge all’odio, il secondo alimenta timori e insicurezze. Secondo la filosofa, proprio per questo può risultare particolarmente efficace: la paura può tenere le persone sotto scacco, generare pregiudizi e contribuire a costruire una percezione distorta della realtà. Mentre l’hate speech è spesso riconoscibile, il linguaggio della paura può svilupparsi più lentamente e coinvolgere un pubblico molto ampio.
Il significato del silenzio
La comunicazione, ha sottolineato Lo Faro, non è composta soltanto da parole. Anche il silenzio assume un significato in relazione al contesto, alle aspettative e al rapporto tra chi parla e chi ascolta. Quando una persona tace, soprattutto dopo che ci si aspettava un suo intervento, quel silenzio può essere interpretato come una scelta, una forma di neutralità o una posizione parziale. Non parlare, tuttavia, non significa automaticamente essere d’accordo o in disaccordo.
La riflessione si è poi concentrata sul cosiddetto bias di conferma, cioè la tendenza a cercare soprattutto informazioni capaci di rafforzare le convinzioni già maturate. Di fronte a un’idea, il rischio è concentrarsi più su chi la esprime che sul suo contenuto, accettandola o respingendola in base all’identità dell’interlocutore. Il primo passo indicato dalla filosofa è quindi separare la persona dalle sue parole e valutare un’argomentazione senza giudicarla automaticamente in base a chi la pronuncia.
Un meccanismo reso ancora più forte dai social network e dagli algoritmi, che tendono a proporre contenuti simili a quelli già consultati. Si crea così una camera d’eco, nella quale opinioni e informazioni rimbalzano continuamente tra persone che condividono le stesse idee. La ripetizione può far apparire una posizione più vera o più diffusa di quanto sia realmente.
Per questo, secondo Lo Faro, è necessario trovare il coraggio di uscire dalla propria bolla epistemica e confrontarsi con chi la pensa diversamente. Mettere alla prova le proprie convinzioni non significa rinunciarvi, così come riconoscere che l’altro può avere ragione su un punto non rende meno valide tutte le proprie idee. Il confronto, al contrario, può aiutare a capire meglio ciò in cui si crede e a distinguere tra convinzioni, ideologie e conoscenza.