Festival Luce!

A Firenze il coraggio di trovare la propria voce

Irene Lo Faro analizza hate speech e bolle algoritmiche; Silvia Gavarotti narra l’esperienza della balbuzie superata cantando.

A Firenze il coraggio di trovare la propria voce

La voce e le parole sono stati al centro di due interventi al Festival di Luce!, dedicati al rapporto con gli altri, alla libertà di pensiero e alla capacità di esprimersi senza lasciarsi condizionare dal giudizio. A confrontarsi con il pubblico sono state Irene Lo Faro, filosofa del linguaggio e divulgatrice sui social, e Silvia Gavarotti, fondatrice di Power Speaking e formatrice specializzata nella comunicazione efficace.

Il linguaggio tra odio, paura e silenzio

Lo Faro ha descritto il linguaggio come uno strumento capace di influenzare relazioni e convinzioni. Nel suo intervento ha distinto tra hate speech, il linguaggio d’odio che incita all’ostilità, e fear speech, la comunicazione che fa leva sulla paura e modifica il modo in cui vengono percepite le altre persone.

Secondo la filosofa, anche il silenzio può assumere un significato preciso. Restare in silenzio, ha spiegato, può essere una scelta di coraggio quando è consapevole e va contro le aspettative. Non parlare, però, non equivale automaticamente a essere d’accordo o in disaccordo. La scelta delle parole, così come quella di non usarle, richiede quindi consapevolezza e capacità di ascoltare se stessi.

Un altro tema affrontato è stato quello delle bolle algoritmiche dei social network, che tendono a proporre contenuti e opinioni simili a quelli già seguiti dagli utenti. Questo meccanismo può rafforzare convinzioni preesistenti e rendere più difficile il confronto. Per Lo Faro, misurarsi con chi la pensa diversamente non significa necessariamente rinunciare alle proprie idee: riconoscere che l’altro può avere ragione su un punto consente di metterle alla prova e comprenderle meglio.

La voce ritrovata attraverso il canto

Gavarotti ha invece trasformato la propria esperienza in una lezione dedicata alla comunicazione e al superamento della paura. Ha raccontato di essere stata balbuziente fino a 18 anni e di aver vissuto con difficoltà le interrogazioni e le prese in giro. La svolta, ha spiegato, è arrivata attraverso lo studio del canto, un percorso che le ha permesso di lavorare sulla respirazione, sul corpo e sulla consapevolezza della propria voce.

La formatrice ha invitato chi si trova accanto a una persona balbuziente ad ascoltarla senza concentrarsi sulla difficoltà espressiva e a non dirle semplicemente di respirare. Ai ragazzi ha suggerito di esercitarsi leggendo ad alta voce e di affrontare le interrogazioni con una prospettiva diversa, pensando di trasferire agli altri ciò che si conosce invece di concentrarsi soltanto sul voto.

Parlare in pubblico, ha aggiunto, non significa soltanto alzare la voce. Sono importanti la modulazione del tono, le pause, il ritmo e l’alternanza delle intonazioni, per evitare una comunicazione monotona. Tra gli strumenti utili ha indicato anche il teatro, che può aiutare a ridurre il peso del giudizio e a scoprire capacità inattese. Il messaggio condiviso dai due interventi è che trovare la propria voce passa dalla libertà di essere se stessi e dal coraggio di mettersi in gioco.