Salute mentale

Psichiatria e dipendenze, lo psichiatra: serve un nuovo approccio

Familiari e operatori devono costruire insieme un percorso di cura duraturo

Psichiatria e dipendenze, lo psichiatra: serve un nuovo approccio

Curare una persona che non riconosce di avere bisogno di aiuto può diventare un percorso lungo e complesso. A sottolinearlo è Paolo Rossi Prodi, psichiatra e direttore sanitario della Fondazione San Sebastiano della Misericordia, intervenuto sul caso raccontato da una madre in una lettera a un quotidiano. La donna ha descritto le difficoltà nel seguire il figlio adulto, alle prese con un disturbo psichiatrico e con una dipendenza da sostanze.

Rossi Prodi, già responsabile per dieci anni del Serd del Mugello e successivamente dei servizi psichiatrici della Ausl, spiega che situazioni di questo tipo sono frequenti. Secondo il professionista, tra i pazienti psichiatrici più impegnativi la presenza di un consumo di sostanze è oggi molto comune. Tra quelle citate figurano cocaina, ecstasy e altre sostanze anfetamino-simili, oltre a nuove droghe che possono sfuggire ai test e risultare difficili da classificare.

Il ruolo delle sostanze

Nel quadro descritto dallo psichiatra rientrano anche alcuni disturbi bipolari, che possono associarsi all’uso di cannabinoidi ad alta concentrazione di Thc, alle sostanze stimolanti e all’abuso di alcol. L’eroina, invece, viene indicata come ormai residuale e spesso collegata a condizioni di tipo depressivo. La compresenza di disagio psichico e dipendenza rende più difficile valutare la situazione e costruire un intervento continuativo.

La madre aveva raccontato di sentirsi sola e di non essere stata ascoltata abbastanza nel segnalare il peso della droga nella vicenda del figlio. Rossi Prodi osserva che sul territorio fiorentino sono presenti i servizi dedicati: in ogni quartiere, spiega, operano un Serd e un servizio di Salute mentale. Il nodo, però, non sarebbe soltanto l’esistenza delle strutture, ma il modo in cui accompagnare persone che spesso rifiutano gli incontri e gli interventi.

Il rifiuto dell’aiuto può dipendere dalla paura, dalle caratteristiche della patologia e dalle conseguenze della dipendenza. I pazienti, siano essi giovani o adulti, possono evitare gli appuntamenti, mantenere un atteggiamento sfuggente e non fornire informazioni complete sulla propria condizione. Per questo, secondo lo psichiatra, il primo obiettivo non è limitarsi a gestire le fasi acute, ma lavorare sulla motivazione della persona.

Il coinvolgimento della famiglia

Un percorso efficace richiede tempi lunghi e la collaborazione del paziente, ma anche quella dei familiari. L’assenza di disponibilità immediata non deve tradursi in una resa, sostiene Rossi Prodi: può essere necessario individuare un punto di partenza diverso, capace di favorire gradualmente il contatto con chi rifiuta le cure.

Alla madre, il professionista consiglia innanzitutto di rivolgersi a un centro della zona di residenza. Se finora non è stato possibile coinvolgere direttamente il figlio, il primo passo potrebbe partire da lei, con il supporto di uno specialista. Un professionista potrebbe aiutarla a modificare l’approccio, comprendere come entrare in relazione con il figlio e accompagnarlo verso un percorso di cura.

Il rapporto tra pazienti e familiari, conclude Rossi Prodi, è spesso difficile e segnato da una forte interdipendenza. Proprio per questo il sostegno psichiatrico può servire a individuare, insieme alla famiglia, un varco per riaprire il dialogo e creare le condizioni per un intervento non limitato all’emergenza.