La Toscana si prepara a diventare la seconda regione italiana, dopo la Puglia, a sostenere economicamente il cosiddetto social freezing, cioè la conservazione degli ovociti per una possibile gravidanza futura. La misura dovrebbe riconoscere un contributo di circa 3mila euro alle donne tra i 25 e i 39 anni con Isee inferiore a 30mila euro. Il costo della procedura varia generalmente tra 2mila e 4mila euro.
Come funziona la crioconservazione
La crioconservazione degli ovociti è già prevista gratuitamente dal Servizio sanitario, in quasi tutte le regioni, per le donne che a causa di specifiche patologie rischiano una riduzione della riserva ovarica. Negli altri casi il trattamento è a carico della paziente e può essere effettuato in strutture pubbliche, private o private convenzionate.
La procedura prevede esami e visite preliminari, seguiti dalla somministrazione di farmaci per stimolare la produzione ovarica. Dopo ulteriori controlli si procede al prelievo degli ovuli in sedazione, attraverso la vagina, con un ago montato su una sonda ecografica. Gli ovociti vengono quindi congelati e conservati fino a diversa indicazione della paziente. Il mantenimento costa circa 200 euro l’anno, esclusi i primi dodici mesi.
La tecnica punta a preservare ovociti più giovani per un eventuale utilizzo successivo. Tuttavia, il congelamento non costituisce di per sé una procedura di procreazione medicalmente assistita, perché riguarda ovuli non fecondati. Il loro eventuale impianto rientra invece nella fecondazione assistita e, in Italia, richiede la presenza di una coppia e il rispetto dei requisiti previsti dalla legge 40. Inoltre, mentre l’ovocita conserva le caratteristiche legate all’età del prelievo, l’utero invecchia e dopo i 45 anni ottenere una gravidanza può diventare più difficile.
Le donne che scelgono di congelare gli ovociti
Secondo Claudia Livi, direttrice sanitaria del centro Demetra, struttura privata-convenzionata di procreazione medicalmente assistita attiva dal 1994, la fascia più rappresentata è quella tra i 30 e i 38 anni. Si tratta soprattutto di donne economicamente solide, con una carriera avviata, che non hanno ancora trovato un partner con cui costruire una famiglia. La procedura sarebbe ottimale tra i 20 e i 35 anni, ma a quell’età la maternità spesso non è ancora una priorità.
Nei centri arrivano anche pazienti più giovani, sostenute economicamente dalle famiglie o preoccupate dalla presenza di casi di menopausa precoce. Tra loro ci sono studentesse tra i 25 e i 30 anni, per le quali il contributo regionale potrebbe rendere il trattamento più accessibile. I numeri sono in crescita, ma restano contenuti: nel centro citato si registrano circa 50-60 casi l’anno, anche da altre zone d’Italia. In tutta la Toscana, senza il limite legato all’Isee, le richieste potrebbero arrivare a circa 160 l’anno.
La misura viene giudicata positivamente perché offre un’opportunità in più, ma non viene considerata sufficiente per contrastare la denatalità. Per aumentare le nascite, secondo Livi, sarebbero necessarie riforme strutturali nazionali e durature, con asili, servizi e garanzie sul lavoro per donne e famiglie. Tra gli interventi indicati figurano anche una maggiore accessibilità alla procreazione assistita, la copertura dei farmaci e la possibilità di finanziare più tentativi: spesso, infatti, servono almeno 15 ovuli per ottenere in futuro una buona probabilità di gravidanza e non sempre è possibile prelevarli in una sola sessione.