La violenza maschile contro le donne riguarda anche gli uomini, sia quando agiscono comportamenti abusanti sia quando scelgono di impegnarsi per interromperli. È il punto di partenza del lavoro del Centro di ascolto per uomini maltrattanti, nato a Firenze nel 2009 tra le prime realtà italiane rivolte agli uomini che esercitano violenza nelle relazioni affettive.
La fondatrice Alessandra Pauncz spiega che il cambiamento richiede un impegno concreto e prolungato. Non si tratta soltanto di riconoscere gli episodi più gravi, ma anche di imparare a individuare quei comportamenti che spesso vengono minimizzati, come le offese, le intimidazioni, il controllo del partner o l’uso della voce come strumento di pressione.
Il percorso in 24 sessioni
Il lavoro del centro comincia con un colloquio individuale, necessario per valutare la situazione di partenza e capire se la persona sia idonea ad affrontare il programma. In caso positivo, l’uomo viene inserito in un gruppo psicoeducativo articolato in 24 sessioni.
Durante gli incontri vengono affrontati i temi della violenza e della cosiddetta mascolinità tossica. Il percorso punta inoltre a fornire strumenti per riconoscere le proprie emozioni e sviluppare l’empatia. Secondo Pauncz, l’obiettivo è aiutare gli uomini a comprendere la responsabilità dei propri comportamenti, superando la tendenza ad attribuire la colpa alla compagna o a ridimensionare quanto accaduto.
Il coinvolgimento delle partner
Nel corso del programma possono essere contattate anche le partner o le ex partner. Il centro precisa che si tratta di una collaborazione possibile solo con il consenso della donna. La sua testimonianza consente di raccogliere elementi sull’esperienza vissuta e di garantire una voce alla persona che ha subito i maltrattamenti.
Il contatto può servire anche a offrire un supporto concreto, attraverso l’indicazione dei centri antiviolenza o informazioni sul percorso intrapreso dall’uomo. Un ulteriore obiettivo è prevenire eventuali tentativi di manipolazione: se l’abusante sostiene, per esempio, che il centro attribuisca alla vittima la responsabilità della violenza, gli operatori possono intervenire.
Tra i segnali da non sottovalutare ci sono gli agiti fisici, come rompere oggetti o dare uno spintone. Ma anche le offese e l’alzare la voce, sottolinea la fondatrice, costituiscono già forme di violenza. Nella dimensione psicologica rientrano inoltre la svalutazione, con frasi che mettono in dubbio capacità e comprensione della partner, e il controllo esercitato attraverso comportamenti intimidatori, come impedire o scoraggiare le uscite con le amiche provocando scenate.