«Io resto qui». Con queste parole Angelo Di Livio scelse di rimanere al fianco della Fiorentina nell’estate del 2002, dopo il fallimento del club e la ripartenza dalla Serie C2 con il nome di Florentia Viola. Reduce dal Mondiale disputato con la Nazionale, il centrocampista decise di non abbandonare la squadra e i suoi tifosi in uno dei momenti più difficili della storia societaria.
La Fiorentina arrivava dalla retrocessione in Serie B e si trovava improvvisamente senza una parte consistente della rosa, senza le consuete divise e con un futuro incerto. «Fu un trauma – ricorda Di Livio –. Quando arrivò la notizia del fallimento eravamo in ritiro. Cecchi Gori continuava a darci speranza, dicendo che la situazione si sarebbe risolta. Ma alla ventesima volta capimmo che eravamo spacciati».
La scelta di restare
Dopo il rientro a Firenze, molti compagni lasciarono la squadra. Di Livio rimase alcuni giorni in città con la famiglia, poi contattò Giovanni Galli, allora impegnato nella costruzione del nuovo progetto. «Gli dissi che, se volevano, potevano contare su di me. Io restavo». Galli parlò con la nuova proprietà, rappresentata dalla famiglia Della Valle, che accolse con entusiasmo la disponibilità del giocatore.
La decisione maturò anche per il legame con la piazza. «Arrivavo da un Mondiale, ma lo dovevo ai tifosi viola. In questa città c’è sempre stata una passione vera e autentica, oltre a una grande voglia di rinascita». Il centrocampista si ritrovò così a guidare una squadra composta in gran parte da giocatori poco conosciuti, insieme a elementi come Riganò e Ripa.
La risalita dalla Serie C2
All’inizio non mancarono le incognite. Di Livio racconta di aver chiesto ai nuovi compagni di non limitarsi a svolgere il proprio compito, ma di puntare alla vittoria. Anche lui dovette adattarsi a campi e ambienti lontani da quelli frequentati fino a pochi mesi prima. Tra gli episodi ricordati c’è la trasferta di Gubbio, quando i tifosi viola contribuirono a liberare dalla neve il terreno di gioco per permettere lo svolgimento della partita.
Quella stagione, spiega l’ex centrocampista, gli fece riscoprire i valori del calcio di provincia. Le avversarie affrontavano la Fiorentina con grande motivazione, quasi fosse il Real Madrid, ma senza rinunciare a correttezza e rispetto. «Davo valore alla categoria», osserva Di Livio, ricordando anche la disponibilità dei dirigenti delle squadre incontrate.
La risalita si concluse due anni più tardi con lo spareggio contro il Perugia e il ritorno in Serie A. Per Di Livio fu una notte «bellissima e stressante», perché un errore avrebbe potuto compromettere l’intero percorso. Un cammino iniziato in una situazione drammatica e costruito attraverso il lavoro di una rosa profondamente rinnovata.
Guardando al calcio attuale, Di Livio esprime invece perplessità sull’atteggiamento di molti giocatori. «Non vedo più attaccamento», sostiene, criticando in particolare chi evita di salutare i tifosi o di firmare autografi negli aeroporti. Il suo auspicio è che la Fiorentina continui a organizzare partite dedicate alle proprie leggende, mantenendo vivo il rapporto con chi ha contribuito alla rinascita del club.