Due donne uccise dagli uomini che dicevano di amarle, due famiglie segnate da una perdita impossibile da cancellare. È il filo che unisce le storie di Lorena Isceri e Michela Noli, assassinate a dieci anni di distanza dai rispettivi ex compagni, entrambi morti suicidi dopo il delitto.
Domenica sera, alla fiaccolata organizzata per Lorena, hanno partecipato anche Paola Alberti e Massimo Noli, i genitori di Michela. La loro presenza, hanno spiegato, nasceva dal desiderio di esprimere vicinanza alla famiglia della giovane. Durante la serata Paola ha incontrato la madre di Lorena e tra le due donne c’è stato un lungo abbraccio, nato dalla condivisione di un dolore che, secondo la madre di Michela, soltanto chi lo ha vissuto può comprendere fino in fondo.
Un dolore che cambia, ma non scompare
«Il dolore non passa, con il tempo si sopporta», ha raccontato Paola Alberti, riferendo le parole scambiate con la madre di Lorena: «Se ce l’hai fatta tu, ce la farò anche io». Per la famiglia Noli sono trascorsi dieci anni, ma la sofferenza resta. A sostenere il percorso, ha spiegato Paola, sono il dialogo con le altre persone e la scelta di impegnarsi per provare a modificare una situazione che continua a produrre vittime.
Il padre di Lorena ha rivolto un appello alla politica. Paola Alberti considera quella richiesta una reazione naturale di un genitore che, dopo una tragedia, cerca almeno di impedire che possa ripetersi. Il confronto si concentra soprattutto sulla prevenzione. La madre di Michela ha ricordato una proposta di legge sostenuta dalla famiglia, ancora ferma, per modificare il reato di omissione di soccorso e introdurre l’obbligo di denuncia per chi venga a conoscenza delle intenzioni di un possibile autore di femminicidio o di una situazione di rischio.
Prevenzione ed educazione
Secondo Alberti, riconoscere il femminicidio nella legge è importante, ma gli interventi successivi alla tragedia non sono sufficienti. Il lavoro dovrebbe iniziare prima, quando compaiono comportamenti assillanti, minacce o episodi di stalking. Anche frasi che esprimono possesso e controllo, ha osservato, devono essere considerate segnali d’allarme.
La responsabilità, ha aggiunto, riguarda uomini e donne. Le vittime devono poter denunciare senza paura, ma è necessario anche un cambiamento culturale che coinvolga soprattutto gli uomini, chiamati a interrogarsi sui propri comportamenti e a mettersi in discussione. L’educazione al rispetto e alla gestione delle emozioni, secondo Paola, deve cominciare fin dall’infanzia, in famiglia e a scuola, per aiutare i bambini a riconoscere i segnali di una relazione violenta.
Da dieci anni la famiglia di Michela porta avanti progetti e iniziative sul tema, con il sostegno di Toscana Aeroporti e dell’associazione Artemisia. Il prossimo appuntamento è previsto il 19 settembre a Palazzo Vecchio, dopo la disponibilità della sindaca e dell’assessora Albanese a ospitare un evento dedicato a Michela e alla riflessione sulla violenza contro le donne.